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Con-fusione di musica, vino e arte sull'isola del Giglio

Diari di viaggio //

Con-fusione di musica, vino e arte sull'isola del Giglio

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Il racconto di una notte a Muvinar "con-fusione di musica, vino e arte" tra l'accoglienza della famiglia Carfagna e il concerto di Vinicio Capossela nei vigneti di Altura.

IL CORAGGIO E L’INCANTEVOLE FOLLIA DELLA FAMIGLIA CARFAGNA, VIGNAIOLI SULL’ISOLA DEL GIGLIO

Sulla A12 da Genova in direzione Grosseto, ci accompagnano Nina Simone, Bob Dylan, Etta James e tanti altri giganti della musica. Quando arriviamo a Porto Santo Stefano, in attesa dell’imbarco, mando un paio di mail e faccio un’ultima telefonata. Non so esattamente cosa mi aspetta, ma ho come l’impressione che quel traghetto per il Giglio ci porti in un’altra dimensione, dove telefoni e computer non sono contemplati. Tra le macchine in fila davanti a noi, ne intravediamo una targata Slovenia. La riconosco, è la macchina dei Cotar e cominciamo a sentire profumo di festa.

Isola del Giglio

A bordo, incrociando gli occhi degli altri passeggeri intravedo la stessa curiosità che deve avere il mio sguardo, come a indovinare chi come noi sta navigando verso Muvinar. Muvinar -con-fusione di musica, vino e arte- è la manifestazione organizzata da Irene Carfagna con il sostegno dei genitori Francesco e Gabriella e del fratello Mattia. Nel 2019 l’edizione zero, oggi nonostante le difficoltà e le restrizioni Irene ha coraggiosamente organizzato la prima.

Il mare è una tavola sulla quale la nave sembra scivolare. L’aria umida, il vento salato, l’isola montuosa e verdissima che piano piano sembra venirci incontro. Attraccati a Giglio Porto, scendiamo dal traghetto e ci inerpichiamo su per l’unica strada che si fa spazio tra le casette arroccate tutt’intorno al porticciolo, per poi snodarsi in tornanti a prender quota verso Giglio Castello, capoluogo dell’isola sulla cima della montagna. Svoltiamo a sinistra e imbocchiamo una piccola strada costeggiata da cipressi che sembra finire nel cancello del cimitero. E invece prosegue, costeggiandone le mura fino a esaurirsi alle spalle di un vecchio mulino affacciato sul mare, circondato da orti e alberi da frutta, il Mulinaccio.

Qui abitano Francesco e Gabriella. Lui romano d’origine classe ’51, ex professore di matematica, vignaiolo, poeta, uomo libero. Lei mantovana, energia e vitalità allo stato puro, approdata per la prima volta sul Giglio per una vacanza nell’87, conosce Francesco, s’innamorano perdutamente e decidono di costruire lì la loro vita.

Quando ero venuta a trovarli nel 2017, più del luogo, più del vino, mi aveva colpito la loro ospitalità semplice e spontanea. Casa Carfagna trasuda vita, convivialità e famiglia, potrebbe essere la location per un film. Anzi mi sorprende che ancora non lo sia stata. Nel mulino al piano terra la sala da pranzo circolare piena zeppa di cose. Una scaletta in legno porta alla camera di Francesco e Gabriella. Sotto al mulino, illuminate dai lucernai, la cucina, il bagno, tre camere e la cantina.

VINICIO E UN PIANOFORTE TRA I FILARI: LA GIOIA, LA NOTTE E LE PERSONE

Altura VignetoFrancesco ci aspetta sulla soglia del Mulinaccio con i suoi occhi sorridenti, la maglietta Triple “A” e una generosa dose di profumo. Ci sta aspettando per andare ad Altura, le vigne dei Carfagna, teatro della serata Muvinar, situate nel versante sud dell’isola, in una zona totalmente disabitata raggiungibile solo tramite una pista sterrata che percorriamo a bordo della sua mitica Panda.

Scendiamo a piedi un sentiero tra le vigne scoscese, il mare tutto intorno a noi e l’isola di Montecristo sullo sfondo avvolta dalla foschia. Sono passate da poco le 18, la luce s’è già fatta dorata, ma fa ancora caldo. Raggiungiamo la casetta in mezzo ai vigneti, dove è stato allestito lo spazio per la degustazione. Muvinar è in corso già da un paio in giorni, con diverse degustazioni dei vini dei colleghi vignaioli isolani, da altre parti d’Italia e del mondo. Stasera vini Triple “A” accompagnati dalle prelibatezze offerte da alcuni ristoratori d’eccezione, tra cui Vineria Est, direttamente da Bari, e la Brinca da Ne, e a seguire il concerto tra le vigne di Vinicio Capossela. Incontriamo Alessandra Bera, Vasja CotarSusana Radikon e tanti altri amici.

Presto il sole si abbassa e tutto ciò che ci circonda, noi comprese, prende una tinta miele, quasi color Ansonaco di Altura. Ci sediamo su cuscini, teli e asciugamani sparpagliati tra le vigne, di fronte a un palco essenziale: un tappeto, un pianoforte, due microfoni, una sedia e pochi altri strumenti.

Irene prende la parola e fa un discorso bellissimo sulla pace e la necessità di azione. Non sono sufficienti nobili ideali, occorre agire, essere parte attiva per il cambiamento e il proseguimento di questa vita sulla terra. Fa un ringraziamento speciale a Luca Gargano, che le ha insegnato tanto, poi lascia il posto a Vinicio, alla sua voce profonda, alle sue note giocose e malinconiche che ci rendono tutti silenti e ipnotizzati.

Vinicio CaposellaLa scaletta è stata scelta con cura, le canzoni inneggiano all’amore per la vita, la terra, il vino, ce n’è una per Veronika, la mamma russa di Gabriella, una per la padrona di casa, una per Francesco, una per Irene, un’altra per Mattia. Rimango affascinata da Vinocolo, ispirata all’episodio omerico in cui Ulisse, per fuggire dalla spelonca del gigante monocolo Polifemo, lo ubriaca con del vino donatogli da Marone per poi accecarlo con un palo d’ulivo arroventato. Una metafora del vino come binocolo per vedere meglio le cose.

Sulle canzoni più allegre qualcuno si alza e si mette a ballare illuminato dalle uniche luci installate per l’occasione. Gabriella balla con elegante ironia vicino al pianoforte suonato da Capossela. Il vino sembra finito su tutta l’isola, ma so di poter contare su Francesco che danzando mi porta per mano nella casetta illuminata solo a candele e da un secchio tira fuori una bottiglia di Filagnotti. Non c’era vino che avrei desiderato bere di più. Sulle note di Ultimo Amore ascolto Vinicio e bevo Stefano, immaginando che lui sia con noi a godersi questa notte magica che vorrei durasse per sempre.

Isola del Giglio
Isola del Giglio
Isola del Giglio

Quando il concerto finisce, in pochi minuti la vigna si sfolla e ritorna la quiete. Rimaniamo in pochi, assistiamo allo smontaggio del set e forse mi rendo conto di quanto sia stato speciale quello che abbiamo appena vissuto solo quando vedo portare via il pianoforte da un piccolo Porter seguito da quattro uomini che lo sorreggono a braccia per non farlo cadere. Muvinar però continua a Mulinaccio. Organizziamo le macchine per assicurarci che nessuno rimanga tra i filari perché distano chilometri dalla prima casa abitata e non c’è copertura telefonica. Qui gli unici abitanti sono i conigli che in vigna danno filo da torcere a Francesco e Irene.

Felici e spensierati ripercorriamo la strada a strapiombo nel buio più totale. Al Mulinaccio è stata arrangiata una tavolata, su tavoli diversi l’uno dall’altro, così come i bicchieri e i piatti. Dalla cucina Gabriella esce trionfante con delle forchette, che pareva non bastassero. E tutto questo non fa che aggiungere magia all’atmosfera tra le luci soffuse di candele e qualche lampioncino. I padroni di casa si comportano come in una semplice cena tra intimi amici con quattro o sei ospiti, invece ne hanno quaranta. Con noi c’è anche Vinicio, con i genitori, la sorella e il marito da Lione.

Mario e Stefania di Vineria Est portano in tavola il loro meraviglioso riso, patate e cozze. È mezzanotte e si mangia, si parla e si ride. Tanto. Persone da luoghi lontani e lingue diverse, tutte accomunate dall’amore per il vino e dall’amicizia con questa famiglia amorevolmente matta. La serata prosegue con mozzarelle di bufala, pasta al pesto della Brinca, litri e litri di vino.

Alle 3 vado a letto, sfinita, in una delle camere sotto al mulino. Ogni tanto apro un occhio e dal lucernaio vedo il cielo farsi sempre più chiaro, con il sotto fondo di risate e chiacchiericcio che mi coccola e mi fa sentire in un posto meraviglioso, dove le persone sono piene di vita e di amore l’uno per l’altro.

Altura Vigneto TavolataQuando mi risveglio, sono le 8. Fuori di casa il tavolo è un tappeto di bottiglie, bicchieri e candele spente. Una signora dorme su una poltrona, qualcuno l’ha gentilmente coperta con un pareo, altri sotto a un fico, altri ancora sotto un pergolato d’uva. Guardo all’orizzonte e non trovo la linea di confine tra mare e cielo. Tutto ciò che mi circonda è uno spettacolo naturale. Sembra di stare in una scena di Io Ballo da Sola disegnata da Bertolucci. E invece no. Non è un film. È vita ed è gioia, è frutto della spontaneità contagiosa dei Carfagna, che ti assale non appena metti piedi sull’isola. Mi volto a vedere che nessuno mi guardi e, anche se solo per un attimo, ballo da sola pure io.

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