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Arianna Occhipinti: un viaggio alla scoperta di sé

Diari di viaggio //

Arianna Occhipinti: un viaggio alla scoperta di sé

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Una giornata a Vittoria, nel cuore della Sicilia, in compagnia di Arianna Occhipinti. Federico Francesco Ferrero ci porta con lui in un viaggio alla scoperta della vignaiola che ha scosso il mondo dell'enologia.

I duecentocinquanta chilometri che separano Palermo da Vittoria si avventurano nell'entroterra, tra colline ondulate e campi coltivati all'orizzonte. Una terra brulla, verde per le recenti piogge, ma che al primo sole si farà aspra e quasi bianca, punteggiata di ulivi secolari, vigneti, alberi da frutto, mandorli in fiore. Pochissime auto, nessuna stazione di servizio, neppure un locale lungo la strada dove fermarsi per un caffè, non una fontana dove abbeverarsi. La tortuosa statale chiamata autostrada è stata tracciata nel nulla, in un paesaggio molto più nord-africano che peninsulare. Un lungo procedere lento, solitario, che è un’occasione di dialogo con sé stessi, di percezione della peculiarità autentica della Sicilia, di trasposizione magica in un tempo lento, antico, rimasto per molti aspetti cristallizzato allo sbarco degli Alleati, che risalirono da Sud a Nord queste medesime terre, osservati dai bunker e dalle case matte, che ancora punteggiano le province più interne. Avvicinandosi a Caltanissetta, il paesaggio diventa più montuoso, con le cime dei Monti Sicani che si ergono maestose all'orizzonte. Queste montagne offrono uno sfondo spettacolare al viaggio e aggiungono un elemento di grandiosità al paesaggio circostante.

LAVORARE LA TERRA: UN GESTO DI RIBELLIONE

Nella bellezza austera della Sicilia centrale ci si sente piccoli e soli e si viene invasi da un senso di inquietudine, come se si fosse osservati da occhi invisibili, che controllano ogni perturbazione dello spazio, nascosti negli annessi, nei pascoli, nei campi. Nel tessuto sociale della Sicilia, permeato dalla presenza onnipervasiva della mafia, che controlla con i pecorai le campagne, sorvegliate dai “campieri” al tempo del latifondo, emergono storie di coraggio e di determinazione incarnate dalle donne che hanno osato sfidare l'autorità oppressiva della criminalità organizzata, riappropriandosi della propria terra, intesa sia come territorio sia come suolo in grado di produrre e generare un’occasione di riscatto sociale, quella che baroni e mafiosi, alla stessa stregua, hanno sempre tentato di bloccare, per mantenere il popolo nell’analfabetismo e nell’impossibilità di reagire.

Senza mettere in luce il significato simbolico di questa ribellione contro il patriarcato distorto, incarnato dalla mafia, non si può comprendere il ruolo dell’imprenditorialità femminile in terra siciliana, attuata come forma di resistenza ed emancipazione, agita tramite l'atto stesso di creare e gestire un'impresa. Rompendo con il modello tradizionale di sottomissione e di dipendenza, queste donne si ergono come agenti autonomi del proprio destino, sfidando le aspettative culturali e sfuggendo alle catene invisibili del loro inconscio familiare e territoriale.

Tuttavia, il percorso verso l'emancipazione non è privo di conflitti interiori e di tensioni psicologiche, di paure, di inquietudini, di isolamento sociale, oltre alla minaccia costante di rappresaglie e allo sviluppo di invidie, che giungono spesso dalle donne stesse. Solo la sublimazione della paura in determinazione, che trasforma le donne siciliane imprenditrici in agenti di cambiamento, può condurre al successo. E quando il successo viene riconosciuto, dalla società, ripagato dal benessere, certificato dalla notorietà, solo allora le molteplici forze retrograde, di una regione controversa, arretrano e permettono a chi ce l’abbia fatta di prendersi il tempo per ascoltare i propri di desideri, dando per compiuta la realizzazione delle istanze sociali collettive che, nel caso di Arianna Occhipinti, erano già ben chiare nella lettera che inviò, studentessa ventiduenne di enologia a Milano, a Luigi Veronelli, per dichiarare la propria intenzione di farsi carico di una contro-rivoluzione antindustriale nel mondo del vino nella propria terra.
Ho raggiunto Arianna a Vittoria, nella sua azienda agricola che, trascorsi vent’anni da quella lettera, è cresciuta oltre i sessanta ettari e porta il suo nome nel mondo.

Vittoria si distingue per il suo clima protetto dai Monti Iblei, che mantengono la calura mediterranea dello scirocco, e rinfrescato dal maestrale che soffia da Nord Ovest. Questo è l’angolo di mondo che Arianna si è impegnata a preservare e a promuovere. Erbe aromatiche spontanee, mandorli, carrubi, piante da frutto, come pere, arance, mandarini e cedri, per la produzione di marmellate e confetture, convivono insieme agli ulivi e all'orto. Gli ultimi appezzamenti acquistati cingono la proprietà e la proteggono da speculazioni, che vorrebbero sfruttarla per produzione di energia fintamente sostenibile, e accoglieranno ulteriori campi per la coltivazione di grano Tumminia, poi trasformato, grazie ad artigiani locali, in farina, pasta e biscotti. Si tratta di un’azienda agricola integrata, che abbraccia diverse colture e promuove la biodiversità.

UN VIAGGIO DI AUTO-SCOPERTA E DI RIAFFERMAZIONE DELL'ESSENZA

Voler conoscere a fondo l’azienda Arianna Occhipinti significa entrare in contatto con Arianna, con la sua complessità ed energia, perché nulla sarebbe esistito e esisterà, in questa forma, senza di lei. Perché fare il vino e coltivare la terra è la maniera con cui Arianna soddisfa la propria inquietudine.

Nella profondità della psiche di Arianna, il richiamo della terra e della produzione vinicola risveglia antichi archetipi e desideri primordiali, un tentativo di riconnettersi con le radici ancestrali, di recuperare un senso di appartenenza e di ricongiungersi con il ciclo naturale della vita e della morte. La figura femminile, storicamente associata alla fertilità e alla cura della terra, trova nella pratica agricola e nella produzione del vino un'opportunità di espressione di sé e di realizzazione personale, che va oltre lo stereotipo maschile della forza fisica e della fatica. Il contatto con il terreno, la semina, la cura delle viti e la vinificazione sono metafore della crescita personale, della fecondità interiore e della trasformazione individuale.

Il lento processo di produzione agricola offre ad Arianna un rifugio dalla frenesia della vita moderna, che vorrebbe piegare, tramite la tecnologia e la chimica, la natura ai propri ritmi, quelli che lei, ragazza, stigmatizzava nella lettera a Veronelli. La comunione con la natura autentica consente ad Arianna di immergersi in un ritmo più lento e più in sintonia con le proprie fisiologiche istanze. Non manca in Arianna comunque quella parte ancestralmente maschile, espressa attraverso il duro lavoro manuale, la conduzione degli operai in vigna e la gestione aziendale. Questo equilibrio tra la sua natura femminile e maschile le permette di affrontare le sfide dell'agricoltura e della produzione vinicola con determinazione e competenza, mentre continua a esplorare la sua identità e a dare forma alla sua visione del mondo e della propria storia personale. In definitiva, il ritorno alla terra e alla produzione del vino può essere visto come un viaggio di auto-scoperta e di riaffermazione dell'essenza di Arianna, un'opportunità per lei di riconnettersi con le proprie radici, di esplorare la propria creatività e di trovare significato e realizzazione nel ciclo senza fine della vita e della rinascita.

Questi sono gli argomenti che abbiamo toccato, con altre parole, nelle nostre lunghe conversazioni al tavolo e tra i campi, iniziate sorseggiando una bottiglia di Ganevat Chardonnay 2014.
Come la maggior parte dei produttori che ho incontrato in questo viaggio per l’Europa nel nome delle Triple “A”, è restia a bere i propri figli quando vuole parlare di sé stessa, ma esplora sapori degli altri amici e colleghi produttori che condividono il medesimo approccio. Le chiacchiere si alternano ai salumi di Sicilia e di Piemonte, ai formaggi locali, alla burrata con le acciughe e alle busiate di grano Tumminia dell’azienda, cucinate da Arianna con la bottarga di muggine, il tartufo del mare. La salinità potente della pasta, appena sopra la norma, vissuta in maniera autocritica da Arianna, è l’occasione per far emergere ulteriormente il carattere di una donna estremamente esigente con sé stessa e gli altri. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla determinazione granitica, alla forza e all’ostinazione di questa agricoltrice.

ANIMO CONTADINO

Arianna è appena tornata da una fiera di vini artigianali in Francia dove, attorno al suo banchetto, si è creato un capannello. È famosa, e ci ha fatto i conti. Non deve più dimostrare nulla, come riconosce. E ha messo a fuoco che il fine della vita è l’incontro nell’altro con il desiderio. Mettere a fuoco il segreto della propria vita, quello nascosto nelle pieghe del proprio inconscio, non determinato da nessuna istanza esterna, è il vero scopo dell’esistenza. E ora che è arrivato il successo può dedicarsi davvero a sé stessa e a scoprire cosa desideri davvero. Con questa consapevolezza, che è un punto di arrivo e non di partenza, anche i vini traguarderanno verso stili ulteriormente profondi e personali, come già sta accadendo con le etichette dedicate alle contrade, che saranno in grado di affrontare lunghi invecchiamenti e di liberarsi in complesse evoluzioni. “Faccio un prodotto di lusso ma ho un'anima contadina”, riconosce Arianna.

I primi vini prodotti, comunque, contenevano in nuce, in maniera inconscia, tutto questo processo. Scendiamo in cantina per pescare due bottiglie d’annata dei due vini più semplici, da cui tutto è partito. L’SP Bianco 2010, da uve Albanello e Moscato, nei suoi 11,5 gradi regala una complessità che vira su note di trementina. Viene spontaneo chiedersi come possano i vini di Vittoria essere così buoni. Siamo almeno a 200m sopra il livello del mare, in una zona più fresca della pianura, con sabbie rosse che donano eleganza di rosa e calcare che conferisce la nota acida e minerale, spiega Arianna. Ma senz’altro la maniera di condurre la vigna senza scorciatoie e imposizioni e la mano della produttrice, già così precisa ben quattordici anni fa, alle sue prime vendemmie, ha fatto la differenza. L’assaggio dell’SP Rosso 2012, da Frappato di Vittoria e Nero d’Avola, conferma la profondità, l’eleganza e le potenzialità di invecchiamento di una bottiglia pur nata per il consumo immediato.

Mi addormento dopo aver osservato la luna e il cielo stellato da sotto le fronde del grande ulivo del cortile del baglio, iniziando a mettere a fuoco alcune risposte alla domanda che mi ha spinto fin qui per indagare cosa vi sia di così peculiare in una donna che è riuscita a portare a compimento, in pochi anni, tutto ciò che ha realizzato. La colazione del mattino non potrebbe essere migliore: sole caldo, cielo blu, un leggero vento fresco, pane fatto in casa e olio Gheta, una spremuta di Nocellara del Belice potente e corroborante.

Partiamo con Arianna per un giro delle vigne, presenti nelle varie contrade. Lei è instancabile: controlla ogni pianta, ogni potatura, ogni passaggio di motozappa, ogni piccolo lavoro agricolo che debba essere intrapreso, modificato o portato a termine. Almeno trenta persone la cercano continuamente al telefono e, con sicurezza e autorevolezza, dirige tutta la sua squadra. Camminiamo calpestando la senape selvatica, il sannacciuolo, di cui la foglia ha sentore di rucola, il fiore profuma di polline, l’infiorescenza è piccante e la radice ha il medesimo sapore del wasabi. Sarà portato sottoterra da un aratro poco profondo che, praticando il sovescio, nutrirà la vigna d’azoto. Ma molte altre sono le erbe spontanee e i fiori che punteggiano i campi e addobbano gli alberi.

Arianna è una donna con le idee chiare, che sa dove vuole arrivare, che utilizza, con incisività e gentilezza, dipendenti, impiegati e operai come fossero un’estensione del proprio corpo, per arrivare a custodire in bottiglia l’essenza di questa terra. A pranzo si mette ai fornelli, con il medesimo impegno e l’identica efficacia con cui pratica qualsiasi altra attività. Cucina una memorabile pasta col finocchietto selvatico e la “muddica atturrata” (la mollica di pane abbrustolita in padella col l’olio), un’insalata con le ultime arance del campo e i primi cipollotti dell’orto e la meraviglia delle sarde a beccafico tanto care al Commissario Montalbano e uno dei miei piatti del cuore, che mi ricorda un’estate spensierata da giovane studente nel Sud della Sicilia. Mi diverto ad accompagnarla con delle uova delle sue galline colanti condite con una salsa di sannacciuolo e il broccoletto dell’orto condito con l’amaro gentile del fiore di mandorlo. Stappiamo un rifermentato ancestrale, non in vendita, che, da solo, vale il viaggio e, con la grassezza del pesce azzurro, viene abbinato un Grotte Alte 2012, Cerasuolo di Vittoria di lungo invecchiamento in botti di rovere e di grande eleganza, setosa, come quella di un nobile Barbaresco.

Questo vino nasce agli inizi del Seicento, quando fu fondata la città di Vittoria, il cui toponomastico deriva Vittoria Colonna Henriquez, che regalò a una settantina di coloni un ettaro di terreno a condizione che ne coltivassero un altro a vigneto. Nell’Ottocento i vigneti si erano incredibilmente estesi e si annotava che fossero costituiti soprattutto da “viti di grossonero, di calabrese (nero d'Avola) ed incomparabilmente più da frappato”. “Il vino di Vittoria è ottimo, generoso e grato al palato, ma ha minori sbocchi commerciali perché si conserva per non più di 4/5 anni”, scriveva Sestini, bibliotecario del principe di Biscari, nel 1812, presentandolo all'Accademia dei Georgofili. Quando la fillossera colpì duro molti produttori caddero in rovina. Poi ci pensò lo sviluppo del Dopoguerra ad attirare lavoratori verso le industrie del Nord e il territorio, e le vigne, furono abbandonati, e tornarono sotto il controllo silenzioso della malavita. Oggi, grazie alla famiglia Occhipinti, Arianna e, prima di lei, lo zio Giusto, e altri pochi produttori, questa zona e i suoi terreni stanno tornando a nuova vita e proprio il Cerasuolo, che permette il matrimonio di equilibrio tra due vitigni che si aiutano a vicenda, esprime in queste terre longevità, eleganza e complessità.

Inaspettatamente si decide per un paio d’ore di riposo al mare, sulla spiaggia di Punta Secca, dove la televisione ha ambientato la serie di Montalbano, nato dal genio di Camilleri. Lì, accanto alla terrazza di Enzo a Mare, dove il Commissario si sbafava sarde, triglie, polipetti e caponatina, Arianna ha comprato una piccola casa bianca, affacciata sulla spiaggia. È la sua prima dimora a non avere nulla a che fare con la vigna, un regalo, un riconoscimento al fatto che ce l’ha fatta e può tirare il fiato. Facciamo una lunga passeggiata sulla spiaggia deserta, beviamo una tisana di finocchio di mare raccolto sulla duna accanto al giardino, e guardiamo il tramonto infuocare il mare mentre i gabbiani roteano nel cielo come pensieri leggeri.

Al mattino passo il tovagliolo sulle labbra per ripulirle dalla generosa porzione di sarde a beccafico che mi sono mangiato per colazione, appena tolte dal frigorifero, e saluto Arianna. Mi congeda con una frase, “sono stata bene”, che racchiude il senso del nostro incontro riuscito, di tutto ciò che ha realizzato, della consapevolezza della fatica che ha compiuto per rendersene conto e del percorso di soddisfazione e di sapore che ha ancora di fronte a lei, come un libro dalle pagine bianche su cui scriverà nuove storie, che gli altri potranno bere.

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