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Vitizionario: la barbera

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Vitizionario: la barbera

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Un tour dei vitigni del mondo raccontato attraverso le testimonianze degli Agricoltori, Artigiani, Artisti. La barbera secondo Francesco Brezza di Tenuta Migliavacca e Gianluigi Bera dell'Azienda Agricola Bera Vittorio e Figli.

Varietà piemontese a bacca rossa, diffusissima oltre i confini regionali, la barbera è conosciuta per essere un vitigno che restituisce vini dalla grande longevità nel tempo grazie alla sua caratteristica acidità. I vini che ne derivano sono multiformi e dal carattere molto diverso.

La grande qualità della Barberaci racconta Francesco Brezzaè quella di sapersi reinterpretare in ogni occasione, senza restare legata a degli schemi: nel calice la vedi rosso ciliegia, granato o addirittura scura, ma è sempre barbera! È uno dei vitigni che maggiormente rappresenta lo stile di un vignaiolo, dalla vendemmia al lavoro in cantina, così trovi barbere leggere e sbarazzine o barbere con maggiori estrazioni o ruvidità.”

Le caratteristiche principali di questo vitigno sono tannini poco presenti, freschezza e una vivida acidità che dopo l’affinamento, soprattutto in legno, acquisiscono maggiore corpo e rotondità.

“La barbera compare tardi in Piemonte” ci racconta Gianluigi Bera “viene nominata la prima volta nei catasti di Chieri nel 1516. Dal sedicesimo secolo si diffonde intorno ad Asti, scalzando il nebbiolo entro la fine del settecento grazie alla maggiore resistenza all’oidio. Precisamente non si sa da dove arrivi, una delle ipotesi è legata al nome che richiama la Barberia un territorio sotto il dominio dell’impero Turco.”

Ma la diffusione della barbera non si limita soltanto all’areale piemontese, infatti il vitigno al secondo posto come diffusione sul territorio nazionale, oltre alle zone di vocazione di Alba ed Asti è fortemente diffusa in tutto l’alessandrino e nell’Oltrepò Pavese. “Alla fine degli anni ‘70” ci racconta Francesco “hanno creato le due DOC: la Barbera d’Asti proviene da terreni più calcarei sabbiosi che danno vita a vini potenti più austeri e rigidi; La Barbera del Monferrato, come la mia, proviene da suoli argillosi tufacei che si riflettono in vini più morbidi. Complice anche il fatto che fino agli anni 90 veniva aggiunto un 15 percento di freisa per renderla più leggera ed andare in contro ai gusti del mercato milanese che in questa zona ricercava vini simili a quelli dell’Oltrepò pavese.”
Gianluigi aggiunge “È un vitigno molto versatile, il suolo calcareo marnoso dà maggiore eleganza ma corpo contenuto. Nel bacino pleistocenico ricco di sabbia il vino acquisisce maggiore corpo. Ugualmente nei terreni argillosi dove però bisogna contenere la vigoria.”

La barbera infatti, complice la sua rusticità, si adatta bene a diverse realtà pedoclimatiche. Dal portamento abbastanza disordinato, con tralci che non salgono in verticale ma si allargano, è un vitigno piuttosto arruffato. Francesco, complice la sua lunga esperienza nel settore, commenta: “È un vitigno portato alla confusione: è come un vitellino in stalla, lo devi controllare: appena ti giri scappa dappertutto.”
Regala acini ovali con grappolo poco alato ma piramidale, dal colore non particolarmente intenso. Ama il sole, ma è soggetto alle ustioni, e necessità di una buona esposizione per raggiungere una corretta maturazione. Il corredo acido gli garantisce grande versatilità in cantina e i pochi tannini del vitigno vengono spesso integrati con i tannini legati all’affinamento in legno. I risultati migliori si ottengono da vigne non giovani con le corrette esposizioni climatiche, se relegata in posizioni svantaggiate infatti dà vita a vini di poco corpo e sostanza. “Queste sue grandi rese, i bei grappoli e la sua longevità nel tempo lo hanno reso il vitigno preferito dei contadini in zona conclude con un sorriso Francesco.

Gianluigi concorda “Dà vita al vino da tavola per eccellenza, in varie forme. È un vino facile da bere dal color porpora. È il vino della gente piemontese. In passato, qui in azienda, era minoritaria: a Canelli il moscato dava da mangiare alle famiglie e la barbera era coltivata soltanto per autoconsumo. Il primo impianto di un ettaro è stato fatto dai miei nonni all’interno di una vigna di moscato riconvertita. In seguito mio padre, Vittorio, ampliò la produzione a due ettari sui dodici aziendali. Questa piccola produzione gli ha permesso di coccolarla. Qui a Canelli è una zona calcarea che si riflette in barbere fini ed eleganti. Noi siamo molto affezionati alla barbera, non la affiniamo in legno per lasciarla libera di esprimere i suoi sentori. Affinata per quasi due anni in cemento, rifermenta in bottiglia come da tradizione diventando leggermente frizzante. Per me è il vino del cuore, mi piace berla: ci trovo memorie, tradizioni familiari, appartenenza e radici. E mi piace continuare a farla il più schietta possibile, senza farmi tentare dalle sirene del legno e delle barriques!”

All’interno del catalogo Triple “A” la barbera riflette il suo grande successo geografico.
Nella zona dell’alessandrino Tenuta Migliavacca, l’azienda agricola di Francesco Brezza, propone la Barbera del Monferrato un vino di carattere che abbraccia la bocca con suadenza pur mantenendo il suo caratteristico finale nervoso, e la versione SuperioreCascina degli Ulivi propone la barbera assemblata con altri vitigni a bacca rossa all’interno del Mounbé, corposo, fresco e di gran carattere, che alterna tratti morbidi ad altri nervosi, e nelle due etichette dei tarocchi: Le Mat du Raisin, un assemblaggio che vede al fianco della barbera il dolcetto, di grande beva, croccante e goloso, e Le Soleil du Raisin, nato dall’idea di Stefano Bellotti e Luca Gargano di assemblare tre diverse annate di Mounbé dal carattere profondamente diverso: l'elegante 2005, la potente 2006 e l'opulente 2007. Un vino maturo e di immensa profondità. Infine Cascina ci propone anche l’Amoroso, un vino rosso dolce, carezzevole e di grip in questa versione della barbera appassita su pianta.
Nella zona dell’astigiano invece la ritroviamo all’interno dei vini dell’Azienda Agricola Bera declinata in rosa, Ronco Rosa Metodo Ancestrale, nella versione tradizionale frizzante nel Barbera Vivace Le Verrane e infine nella Barbera d’Asti Ronco Malo. Anche Giuseppe e Kiriaki di Valdisole propongono una barbera frizzante, in questo caso assemblata con una parte di freisa, all’interno di Afros: un rifermentato senza fronzoli, diretto e dalla bolla delicata. Nadia Curto, a La Morra, propone la sua Barbera di Langa, avvolgente e di frutto, e La Vanitosa che vede al suo interno una curiosa unione tra barbera e nebbiolo che si riflette nel frutto e nell'acidità della prima con l'eleganza e la struttura del secondo.

Nell’Oltrepò pavese la barbera si veste con l’assemblaggio tipico della zona, croatina, uva rara, ughetta, all’interno del Buttafuoco di Tenuta Fornace: un rosso di corpo e dal tannino setoso. Spostandoci verso l’Emilia Romagna La Stoppa, storica azienda dei colli piacentini, ci propone tre referenze: il Trebbiolo, un rosso fresco, profumato e di corpo, dal taglio tipico di questi colli, barbera e croatina. Camporomano, etichetta che ha sostituito la storica Barbera della Stoppa, è un rosso intenso e avvolgente d’acidità affilata che invoglia la beva. E infine sua maestà la Macchiona, rosso di punta dell’azienda, sia nella versione Dieciannidopo, una 2002 affinata per dieci anni in cantina, sia nelle diverse annate. Una barbera assemblata alla croatina, affinata in legno per apportare maggiore complessità.

In Veneto la barbera è parte dei vitigni che compongono l’assemblaggio del Valpolicella Superiore e del Valpolicella Superiore ripassoMusella dà vita ad un Valpolicella agile, morbido e con una punta di sale. La versione ripassata sulle bucce dell’Amarone, elegante e profondo, gioca tra rotondità e freschezza. In Slovenia, nella Valle della VipavaSlavcek produce il Crno, un rosso in formato litro frutto dell’assemblaggio con Merlot, Cabernet Sauvignon e Refosco. Un vino rosso quotidiano, sincero e senza fronzoli. Al formato quotidiano si aggiunge la Barbera, corposa, scattante e intensa, frutto delle viti che i migranti piemontesi portarono in Slovenia oltre cinquant’anni fa.

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