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Vitizionario: l'aligoté

Appunti dal catalogo //

Vitizionario: l'aligoté

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Un tour dei vitigni del mondo raccontato attraverso le testimonianze degli Agricoltori, Artigiani, Artisti. L’aligoté secondo Alice De Moor e Anne Morey.

Spesso messo in ombra dall’eleganza e dal blasone dei Pinot noir e degli Chardonnay, la Borgogna è la madre patria di un altro vitigno che, grazie al lavoro e all’impegno di alcuni vignaioli, fa sempre più parlare di sé: l’aligoté.

L’aligoté, frutto dell’incrocio tra pinot noir e gouis blanc, è una varietà a bacca bianca autoctona che copre tra il 5 e il 6% dell’intero vigneto borgognone. Seppure il più delle volte gli tocca accontentarsi delle zone meno quotate per gli onnipresenti pinot noir e chardonnay, l’aligoté restituisce le migliori espressioni qualitative sui suoli argillosi, marnosi e granitici delle zone meridionali, in particolare a Bouzeron, nella parte settentrionale della Côte Chalonnaise, dove gli è stata riconosciuta un’appellation d'origine contrôlée ad hoc, l’AOC Bouzeron Aligoté.

La maturazione precoce e la resistenza al gelo sono i fattori che hanno assicurato la “sopravvivenza” del vigneto al grande boom dei bianchi di Borgogna. Ma non è sempre stato così, infatti fino all’arrivo della fillossera, l’aligoté si contendeva con pinot noir e chardonnay i migliori cru e le migliori esposizioni. Fu proprio la necessità di reimpiantare i vigneti a decretare il suo declino, in favore dello chardonnay, varietà di più facile gestione.

Un tempo qui in Borgogna, gli spazi erano suddivisi equamente tra aligoté e chardonnay, entrambi autoctoni della zona, anche per quanto riguarda zone importantissime come Chambertin, Musigny e Corton comincia il suo racconto Anne Morey, viticoltrice a Meursault Due sono le ragioni per cui, dopo l’arrivo della fillossera, lo chardonnay ha avuto la meglio. La prima riguarda la difficoltà di gestione dell’aligoté: con questo vitigno le ore in campo si moltiplicano. La seconda invece concerne la produttività, che dev’essere drasticamente limitata per ottenere prodotti qualitativi”. Così l’aligoté finì per essere reimpiantato in zone originariamente non dedicate alla viticoltura e su terreni pianeggianti, dove poteva restituire raccolti voluminosi per la produzione di vini di poca sostanza. Il consumo si spostò dunque in favore del Kir, un aligoté “corretto” con creme de cassis, altro fattore che contribuì alla diffusione della falsa credenza dell’aligoté come vitigno poco interessante.

Proprio la famiglia Morey, nelle persone di Anne e di suo padre Pierre, hanno giocato un ruolo fondamentale nella salvaguardia di questa varietà attraverso la fondazione del movimento Les Aligoteurs, un collettivo di vignaioli di Borgogna che hanno scommesso sul vitigno e sull’incredibile varietà di espressioni di cui si fa portavoce.

Il grande segreto dell’aligoté è la sua capacità di “mangiare il suolo” riportando nel calice la mineralità che trova nel terreno racconta Alice De Moor, che insieme al marito Olivier nel 2005 ha dato vita al Domaine de Moor, tra le primissime realtà a scommettere sull’agricoltura biologica e sulle fermentazioni spontanee a Chablis. “Così la posizione del vigneto è essenziale nello stabilire l’espressione che verrà di ogni aligoté, oltre all’annata ovviamente” continua Alice “Anche l’età della vigna gioca un ruolo di primaria importanza. A partire dai 10/15 anni la produzione raggiunge i primi picchi qualitativi, ma quando la vigna diventa davvero antica dona una profondità di bevuta che ha dello straordinario. Bisogna però stare attenti a coltivarla con cura per gestire la sua naturale esuberanza produttiva e la propensione alle millerandage, differenziando per dimensione e maturità gli acini all’interno di uno stesso grappolo”.

“Nel calice” prosegue Anne “l’aligoté regala vini contraddistinti da un’acidità viva, sottili e fortemente gastronomici. Per non alterarne gli aromi, noi preferiamo vinificarlo in cuve di cemento vetrificate nelle quali l’affinamento, come se avvenisse in bottiglia, si protrae per oltre diciotto mesi finché il vino diventa compiuto”. “Molti credono che l’aligoté non abbia potenziale di maturazione, ma è solo una diffusa convinzionele fa eco Alice “Impiegando uve di qualità con rese contenuto, l’affinamento non solo è possibile, ma auspicabile! Noi ad esempio teniamo in cantina l’aligoté delle piante vecchie per oltre trenta mesi, quando alcuni Chablis sono pronti per la bottiglia già dopo un solo anno. Ma mi rendo conto in Borgogna non è la prassi” chiude in una risata.

All’interno del catalogo Triple “A” quasi tutti i produttori di Borgogna si cimentano con l’aligoté. A cominciare da Anne Morey che con il suo Bourgogne Aligoté, che unisce all’agilità e freschezza tipiche del varietale, tratti più compiuti e profondi, dovuti all’esposizione del vigneto di Meursault, dall’età superiore ai cinquant’anni e da qualche pianta di chardonnay che ha deciso di “seppellire le rivalità”.

In direzione nord, da pochi anni ha cominciato lavorare questo vitigno anche Gilles Ballorin con il suo Bourgogne Aligoté Le Hardi, un vino di grande acidità, precisione e mineralità che nelle annate fredde si rivela più rigido e scattante, per arrotondarsi e ammorbidirsi in quelle più calde.

Risalendo ulteriormente verso nord si giunge a Courgis, dove i coniugi De Moor danno vita a diverse interpretazioni dell’aligoté. Il Bourgogne Aligoté, agile, essenziale e di grandissima sapidità proviene da una vigna a Chitry-Le-Fort che poggia su suoli del Kimméridgien di natura calcarea e pietrosa. Al contario, a Saint-Bris-Le-Vineaux, l’Aligoté Plantation 1902, complici l’età a tre cifra delle piante, il lungo affinamento e qualche ceppo di pinot gris, si rivela ricco, voluminoso e di straordinaria profondità.

Completa il panorama un futuro arrivo che arricchirà le file della gamma dei vini di Sarnin-Berrux. Non nuovi all’aligoté, Jean Marie e Jean Pascal, in autunno presenteranno la nuova etichetta, che portando semplicemente il nome “Vin de France” sarà il primo aligoté Triple “A” fuori dalle AOC.

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