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Vitizionario: il nebbiolo

Appunti dal catalogo //

Vitizionario: il nebbiolo

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Un tour dei vitigni del mondo raccontato attraverso le testimonianze degli Agricoltori, Artigiani, Artisti. Il nebbiolo secondo Mario Fontana e Nadia Curto.

Vitigno che ha reso celebre le Langhe in tutto il mondo, il nebbiolo è un’uva autoctona piemontese a bacca nera che dà vita ad alcune delle denominazioni più nobili d’Italia, come Barolo e Barbaresco. L’origine del nome è oggetto di molti dibattiti: chi pensa provenga dal latino nebia, in ricordo dei climi uggiosi tipici delle vendemmie di fine autunno, chi crede sia da imputare allo stesso strato di pruina presente sulla buccia degli acini bluastri.

Se la parte aerea delle piante si caratterizza per le foglie medio-grandi pentalobate e per i grappoli alati, quella sotterranea ha trovato la sua dimensione ideale nel suolo del basso Piemonte, tra Cuneo e Asti, grazie alla presenza di marne sedimentarie millenarie che restituiscono vini affascinanti e capaci di vincere il tempo. A dire il vero però, non è solo nelle Langhe che il nebbiolo riesce ad esprimersi al massimo delle sue potenzialità, come dimostra il recente successo di storiche denominazioni piemontese del nebbiolo inizialmente rimaste in secondo piano. È il caso del Roero, sulla sponda opposta del Tanaro, di Boca, Gattinara e Ghemme, i “nebbioli del nord Piemonte”, nonché di Carema, piccola culla della viticoltura eroica al confine con la Val d’Aosta. Il nebbiolo si spinge anche oltre il confine regionale fino alla Valtellina, assumendo il nome di chiavennasca e cedendo al fascino dell’appassimento per dare vita allo Sfurzat.

“La caratteristica che più amo del nebbiolo è la longevità che dona ai vini” ci confida subito Nadia Curto, vignaiola a La Morra e new entry nel catalogo degli Agricoltori, Artigiani, Artisti “Ripercorrendo le annate è come se rivedessi la tua vita e il tuo lavoro: le bottiglie diventano una vera e propria memoria storica”. Il nebbiolo infatti restituisce grappoli di grande materia, ricchi in polifenoli, acidità e aromi, motivo per il quale si presta alla vinificazione in purezza e ai lunghi invecchiamenti. “L’altra grande capacità è quella di saper rispecchiare nel calice l’ambiente in cui è cresciuto. È un vitigno sfrontato, ma elegante, i suoi vini in gioventù sono spigolosi, ma col tempo sanno mettere in luce il loro lato più morbido… Insomma, il nebbiolo ha un carattere simile a quello del piemontese tipo: si svela a poco a poco” chiude Nadia in una risata.

Mario di Cascina Fontana, vignaiolo a Monforte, concorda con lei­: “Il nebbiolo è un vitigno di grande sensibilità, capace di esprimersi in maniera diversa in base al luogo in cui cresce. Sui terreni molto fertili, il nebbiolo avrà una grande forza vegetativa e bisognerà lasciarlo “sfogare”, al contrario sui terreni poveri, le rese saranno più basse, con più acidità e meno frutto. E proprio su questo si basa l’abilità del vignaiolo: se si sa osservare si può indirizzare il nebbiolo verso la strada che si preferisce. Chi vorrà vini con più frutto e aromi lascerà i vigneti inerbiti affinché la pianta mantenga le radici più in superficie. Diversamente, se la ricerca è volta a vini austeri, bisogna assecondare la discesa delle radici in profondità, dove le temperature sono fredde e costanti. Se dovessi paragonarlo a un animale, il nebbiolo è come un cane” continua Mario “è docile e ti segue in tutto quello che vuoi fare”.

Nel panorama delle Langhe tre sono i biotipi di nebbiolo più diffusi. Lampia, Michet e Rosé spesso convivono nei vecchi vigneti, questo da un lato garantisce una diversificazione interna al vigneto che permette di non perdere tutte le uve nelle annate meno favorevoli e dall’altro dà un’identità specifica a ogni singolo vigneto” spiega Nadia prima di illustrarci le differenze tra i vari cloni. “Il Lampia è molto generoso, con grappoli grandi e pesanti, motivo per il quale si è sviluppata l’usanza di tagliare la punta del grappolo nelle annate meno concentrate. Il Michet deve il nome alla pagnotta e si distingue per grappoli più piccoli e uve concentrate e ricche in polifenoli. Il Rosé presenta invece grappoli più rosacei, restituisce fiori, finezza ed eleganza, ma poco colore, uno dei motivi per il quale è tra i meno diffusi. Un tempo poi c’era anche il Bolla, che poi è stato escluso dai disciplinari per la produttività molto limitata”.

vigneto

“La differenziazione dei biotipi nei vigneti e l’attenta osservazione sono i punti di partenza di ogni grande nebbiolo e questo lo abbiamo imparato dai nostri genitori” afferma Mario oggi però ci troviamo a far fronte a una variabile in più: il cambiamento climatico. Mio nonno Saverio diceva sempre che il Barolo meno lo tocchi e meglio sta. Eppure se penso a quando il vino lo faceva lui, le annate erano tutte fredde con poche eccezioni. Oggi la situazione si è ribaltata e i vini sono sempre più profumati e concentrati. Questo è un vantaggio per chi interviene in cantina, ma per i vignaioli che non usano lieviti selezionati come noi: le fermentazioni diventano sempre più difficili da portare a termine, con il rischio di lasciar residui che potrebbero innescarne di nuove in bottiglia. La nostra soluzione? Prestare ancora più attenzione in vigna per portare in cantina solo uve perfette perché, fidatevi, nessuno vuole un Barolo leggermente mosso” conclude, prima di scoppiare in una fragorosa risata.

A conferma dell’inversione di rotta climatica raccontata da Mario, intervengono i ricordi da bambina di Nadia: “Papà mi raccontava di vendemmie fatte quando da poco era arrivata la prima neve, tra fine ottobre e inizio novembre. Ora non è più così, lo scorso anno abbiamo concluso la vendemmia ai primi di ottobre. Le piante negli ultimi anni sono state in stress idrico a causa di piogge che non sono arrivate o sono arrivate nel momento sbagliato come quest’anno. E così le rese sui sorì, gli appezzamenti sulle cime della collina e ben espsoti al sole, che sono sempre stati considerati i migliori, hanno avuto rese molto basse o nulle.”

All’interno del catalogo degli Agricoltori, Artigiani, Artisti, il nebbiolo è presente principalmente nel panorama delle Langhe, a cui si aggiunge qualche perla rara dal Roero.
Cominciando da La Morra, il nebbiolo trova spazio nelle due espressioni di Barolo di Nadia Curto: la più classica e tradizionale La Foia, affinata in botte grande, e la filomodernista Arborina, maturata in barrique. Presto gli si affiancheranno anche il nudo e crudo Langhe Nebbiolo, vinificato interamente in acciaio, e due uvaggi dinamici e beverini rispettivamente con dolcetto e barbera, l’Informale e La Vanitosa. Chiude le fila di casa Curto il Chinato, un Barolo fortificato e aromatizzato con una ventina di erbe officinali e spezie.
A Monforte d’Alba invece il nebbiolo delle Triple “A” prende due strade diverse: la prima è quella che conduce alle porte della casa di Giulio Viglione, storico barolista della tradizione giunto a fine carriera, di cui ancora si ha la possibilità di assaporare il Barolo nella versione più classica o quello proveniente dalla Bussia. La seconda invece punta dritto a Cascina Fontana, dove il nebbiolo si sveste della nobiltà del Barolo per assumere un carattere più graffiante e nervoso, grazie anche all’uso del raspo in vinificazione, dando vita al fuori-da-ogni-denominazione Vino Rosso.
Attraversando le rive del Tanaro, si giunge a Corneliano d’Alba, dove Valdisole dà voce al nebbiolo del Roero in tre espressioni: Amos, figlio delle vigne più giovani cresciute su sabbia, Helios, da piante antiche e lunghi affinamenti e Pnoi, che riprende la tecnica ottocentesca del nebbiolo vinificato in rosa.

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