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Il Lambrusco Centenario: storia di un clos al centro di Sorbara

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Il Lambrusco Centenario: storia di un clos al centro di Sorbara

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Sulle tracce del Lambrusco dell’Emilia Centenario di Perseveranza: dove savoir-faire umano e patrimonio vegetale si incontrano.

Nell’immaginario comune, con la complicità di cantine sociali, rese elevatissime e avvento dell’autoclave, il Lambrusco ha assunto i connotati del rosso frizzante scuro e intenso, ma di poca sostanza, del vino da prezzo con l’anima selvatica e la bolla grossolana. Per questo il primo incontro con il Lambrusco di Sorbara è una di quelle bevute che faticano a passare inosservate. È proprio il colore a essere il primo discriminante, dove l’intensità colorante più tipica di varietà come il Grasparossa lascia il posto a un rosa fluo figlio di una sola notte di macerazione. Ma è in bocca che il Lambrusco di Sorbara dà libero sfogo alla sua vera anima, mettendo in mostra la sua acidità talmente tagliente e affilata da portarlo completamente al di là di ciò che siamo abituati a identificare sotto il grande cappello del Lambrusco.

È il caso del Lambrusco dell’Emilia Centenario di Perseveranza, la neonata azienda agricola di Matteo Verri, nuova leva (anche se, come dice lui stesso, non in termini di età) di quel manipolo di produttori che hanno dato nuova vita al Lambrusco, tornando alla tradizione della rifermentazione in bottiglia. Quello di Matteo però, non è un Sorbara come un altro. Le uve provengono infatti da un vigneto al centro di Sorbara, gestito dal signor Celestino e circondato da un muro in pietra: quello che in Francia chiamerebbero clos. In quell’ettaro ancora resiste l’antico sistema di allevamento Belussi a quattro branche e si trovano diverse piante che, raggiungendo il secolo d’età, rappresentano dei veri e propri monumenti vegetali. Da qui il nome, Lambrusco Centenario, ma soprattutto l’unicità del vino di Matteo, capace di coniugare l’agilità e l’asprezza del vitigno, con la profondità, la compiutezza e il garbo che si addice solo alle vigne vecchie e alle genetiche antiche.

Ma non è finita qui. Oltre al Sorbara, nello stesso vigneto convivono altre varietà sia a bacca rossa che a bacca bianca. Così nasce il vino che Celestino “si fa per casa”, nella piccola, rudimentale, ma efficientissima cantina che si trova anch’essa all’interno delle mura. Chissà che un giorno, proprio da quella cantina e dall’esperienza di Matteo nasca un nuovo Lambrusco, dedicato al proprietario di questa perla rara: Clos Celestine.

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