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Il cortese ribelle di Stefano e Ilaria Bellotti

Appunti dal catalogo //

Il cortese ribelle di Stefano e Ilaria Bellotti

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Il cortese di Cascina degli Ulivi tra agricoltura, pazienza, tempo e un pizzico di testardaggine tra le colline del Gavi.

Il cortese di Cascina degli Ulivi non è il solito cortese, è introspettivo, chiede tempo ed anche un po' ribelle.
Ma per capire perché è diventato così bisogna fare un passo indietro, per comprendere la storia di questo vitigno. Coltivato nell’areale che va da Ovada ai Colli Tortonesi, il cortese è un vitigno autoctono piemontese, la cui presenza è databile sul territorio già a partire dal XVIII secolo. Con l’arrivo della filossera rischiò di scomparire, ma poi l’incontro con lo scrittore e giornalista Mario Soldati ne ribaltò le sorti. Soldati, cugino dei proprietari dell’azienda vinicola La Scolca a Gavi, raccontò di questo vitigno catalizzandone nuovamente l’attenzione e l’interesse. In breve tempo venne instituita nel 1974 la Doc Gavi, trasformata poi nel 1998 nella seconda Docg in tutta Italia Cortese di Gavi Docg, fino al cortese che conosciamo tutti sugli scaffali dei supermercati.

Nello stesso periodo un altro evento aveva luogo poco distante: un giovane vignaiolo stava apportando un ulteriore tassello, ben diverso dai precedenti, nella storia del cortese. A Novi Ligure, infatti, il neo-maggiorenne Stefano Bellotti prendeva in mano la casa di campagna della famiglia e metteva le basi di Cascina degli Ulivi. Qui con il famoso primo risicato ettaro di vigna Stefano inizia il suo percorso da vignaiolo e parallelamente porta avanti un approccio anticonvenzionale nella coltivazione e nella vinificazione del cortese. Stefano infatti abbraccia l’agricoltura biodinamica come mezzo per un’autentica comprensione del territorio. Lascia libertà al cortese, e agli altri vitigni coltivati, di esprimersi non costringendoli all’interno di rigidi schemi dettati dai mercati e dai disciplinari. Le vigne prosperano, ma sempre affiancate da altre culture. Nasce l’orto, si pianta il grano, i seminativi e i frutteti. Entrano nell’equazione le vacche e gli animali da cortile che portano all’agriturismo e al caseificio. Il grano diventa farina e porta alla creazione del forno. Cascina degli Ulivi è diventa il sogno autarchico di Stefano.

“Mio padre aveva capito che l’anima del vino è la terra” ci racconta Ilaria, che dal 2017 guida Cascina,è fondamentale riuscire a entrare dentro all’interpretazione di un terroir per dare vita ad un’espressione autentica. Così con il tempo ci siamo allontanati dalle denominazioni e dal loro modo di pensare: avere all’interno delle vigne alberi da frutto ci è costato l’esclusione dalle denominazioni. Il primo a subirne gli effetti è stato il Montemarino quando mio padre ha piantato i peschi da vigna, poi è toccato ad un vigneto in cui abbiamo messo i mandorli, ma non ci siamo fatti scoraggiare e così oggi ci sono alberi da frutto dentro ogni vigneto. Quando nel 2015 anche il Gavi è stato bocciato abbiamo deciso di non ripresentare il vino alla commissione e sulla falsa riga degli jakot friulani è nato l’Ivag!”

Risulta assurdo da credere che la presenza degli storici alberi di pesco da vigna, che per moltissimo tempo hanno vissuto tra i filari dei vecchi vigneti, siano oggi stesso motivo di esclusione dalle denominazioni. Ma il buonsenso agricolo di Stefano e Cascina degli Ulivi non si sono lasciati frenare e gli alberi da frutto hanno continuato a resistere tra i filari. In questo gesto sono molti i temi che si potrebbero leggere, oggi attualissimi, come la conservazione della biodiversità, la policoltura, e forse, un po' di sana disobbedienza civile.

“Il cortese a Cascina è libero come i vini” aggiunge Filippo Mammone, che segue la cantina, “le piante sono portate altissime, a circa un metro e mezzo, e si fanno notare per il bel portamento e l’alta produttività. Il vitigno regala grappoli di medie dimensioni, piramidali e alati. Con acini medio grandi, dalla buccia sottile che quando l’uva raggiunge la maturità diventano color oro con sfumature tendenti al rosa. Il cortese sulle parcelle di Montemarino e Filagnotti riflette la quintessenza del luogo, a partire dai suoli così diversi. La vigna di Montemarino con il suo suolo argilloso e calcareo regala al cortese rotondità, sale e complessità. Stefano lo definiva “un introverso che invita all’introversione”. È un vino orizzontale, legato al calore e alla rotondità. La vigna del Filagnotti, a Tassarolo, invece ha un suolo argilloso ferroso, dato dalle argille rosse che danno al cortese una mineralità ferrosa, acidità e una beva tagliente. Qui il cortese diventa più verticale.”

Ma dietro la discrepanza di questi due vini non c’è soltanto il suolo. Parte fondamentale della comprensione del cortese di Cascina degli Ulivi passa attraverso il concetto del tempo. Il tempo a Cascina degli Ulivi si dilata, procede lentamente seguendo i ritmi della natura, non sente la frenesia del mondo. E il cortese di Cascina segue la stessa filosofia. Fabio, che insieme a Luca vent’anni fa ha contribuito alla nascita delle Triple “A”, spesso racconta delle difficoltà iniziali con cui dovevano scontrarsi. “Quando presentavo il cortese di Cascina nessuno lo riconosceva come cortese. Era molto diverso da quello a cui erano tutti abituati. Stefano al suo cortese voleva fare sempre sentire l’ossigeno, per rafforzarlo e perdere la parte fruttata che tutti ricercavano. A lui interessavano le note evolutive e ossidative. È proprio grazie a questa vinificazione che i vini di Cascina, rispetto ai Gavi industriali, dopo cinque, ma anche dieci anni, iniziano a vivere. Alla cieca in molti lo scambiavano con uno Chablis, poi scoprivano che era un cortese!

Le terre di Cascina degli Ulivi sono infatti terreni che restituiscono vini a tendenza riduttiva, in cui bisogna raccogliere a piena maturazione tenendo le fecce da parte. “Noi continuiamo a vinificare come faceva mio padre” ci ricorda Ilaria “utilizzando il legno per dare al vino un approccio ossidativo controllato. Il legno è un materiale vivo, ma ha bisogno di tempo per dialogare con il vino. I nostri vini si basano sulla longevità, il rapporto con il tempo e l’energia. Sono vini vivi, vibranti, che difficilmente lasciano indifferenti. Sono un’esperienza, ma la cosa bella non è assaggiarli quando hanno già dieci o più anni, ma seguirli nella loro vita e vederli evolvere.” E così Il Montemarino e l’Ivag si appropriano del tempo e per un anno dialogano con le botti di rovere, mentre il Filagnotti si attarda per 18 mesi tra le botti di acacia.

Ma all’interno del listino delle Triple “A” oltre al ribelle Ivag c’è un altro cortese “sotto mentite spoglie”: il Semplicemente Vino Bianco. Le autorità competenti, con lo stesso rigor mentis con cui hanno giudicato i peschi in vigna, hanno vietato anche l’indicazione del vitigno all’interno delle schede tecniche dei vini senza indicazione d’origine. Ma il Semplicemente Vino Bianco trae in inganno anche con il nome, nasce per un progetto molto ambizioso: un vino semplice adatto a tutti, per riportare l’attenzione sulla zona del Gavi.

Cascina degli Ulivi, però, non è solamente vini bianchi e tra i suoi filari si trovano diversi vitigni a bacca rossa che danno vita a grandi vini, capaci di raccontare fedelmente il territorio e vincere il tempo. L’ancellotta, la barbera, e il nibiô vivono su queste colline, affiancando il cortese, e nel calice parlano di una piccola azienda dove un neo-maggiorenne ha cambiato la storia del Gavi e dell’agricoltura italiana.

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