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11 June

Costadilà: Per sempre oltre quelle colline - Tributo a Ernesto Cattel by Pipette Magazine

Scritto da Hannah Füllenkemper​ per Pipette Magazine

Per tutti c’è una prima volta: la mia è stata in Italia, nutrita dal prosecco, con i corpi impregnati dal sole.
Abbiamo trascorso la giornata scavando sopra un terreno friabile, con le mani appiccicose, per cercare di prendere solamente i più perfetti grappoli di Glera, l’uva veneta dal color nebbia. C’erano ciotole di fagioli borlotti dal color rosa- marroncino, con foglie viola amaro, cucinati da un anziano cuoco in un rifugio in pietra abbandonato, e accompagnati con pane e olio, tutto mandato giù con una buona dose di magnanimo sole e delle bottiglie di vino rosso non etichettate. È questo il vino? Un mondo dove totali sconosciuti vengono accolti, nutriti e poi si congedano come amici? E pensare che ci siamo capitati solamente per caso.

Non avevo alcuna conoscenza sul vino, ma è stata un domanda banale a portarci a parlare con il gentil uomo dalla folta barba in quel bar di Milano, che io pensavo fosse solo ubriaco o solamente educato quando scribacchiò “Costadilà” su un pezzo di carta straccia seguito da “A presto, Ernesto”, aggiungendo inoltre “chiamate quando volete se verrete in Veneto” (regione dove lui produce vino). Questo è avvenuto quattro anni fa.
Lo scorso Agosto ho fatto ricerca e scoperto che purtroppo era venuto a mancare.

Quando Ernesto Cattel è mancato la scorsa estate ero distrutto: la notizia ha colpito in maniera diretta il mio sistema nervoso, non per la distanza, ma per quanto mi ero dimenticato.
Quel giorno, a Treviso, era la mia prima vendemmia, oggi sarebbe la mia quinta. Ma più importante ancora, ero in procinto di fare il mio vino, nella consapevolezza della difficoltà e della gioia di questo come un importante nuovo passo. Sono diventato troppo stanco, immerso, insensibile o troppo vicino? Esattamente non saprei. Ma la morte, nel lasciare un vuoto, crea distanze e memorie sbalorditive, di quelle che ho provato all’inizio e che sono ritornate di corsa alla mia mente.

Ernesto rimane uno dei più eruditi ed infinitamente generosi vignaioli, che abbia mai conosciuto. È stato un artigiano e poeta del suo mestiere, tanto come un pioniere e un rivoluzionario. Una fine testa calda e protettore delle colline col fondo. Mi ricordo a guidare con lui, il paesaggio pieno di viti che svanisce rapidamente in mezzo a sentieri non appena forza un po’ di più il suo riluttante furgone che a dirla tutta aveva le sembianze da capra. Inserisce il freno a mano, gesticola, e lì, dove lui indicava, c’erano vigne talmente inaccessibili da tener lontana l’industrializzazione. Le vigne, disegnate lungo il paesaggio orizzontalmente, storicamente allevate a mano e lavorate per ottenere vini naturalmente frizzanti e ancestralmente torbidi. Puntò più in basso, e lì: commercializzazione e omogenizzazione. La massiva richiesta mondiale di fiumi di Prosecco DOC “cristallino”, ha incoraggiato gli agricoltori ad eliminare le varietà indigene ( Bianchietta e Verdizio) per piantare il vitigno ad alta resa Glera, sia verticalmente che orizzontalmente ( causando erosioni), o più spesso ancora, nella pianura della valle sottostante anticamente atta alle colture e all’allevamento.
Questa è la battaglia che Ernesto per lungo tempo ha combattuto.
Nata nel 2006, Costadilà, come modello di azienda agricola che pratica tecniche tradizionali come alternativa sostenibile all’appiattimento della natura causato dalla monocoltura.
Prendendosi cura di animali, frutta, verdure e cereali e non solamente di vigne, l’idea è quella di mostrare agli agricoltori a che cosa dovrebbe somigliare un’olistica vita agricola. Ma nel momento in cui ci incontrammo noi, i soci dell’epoca si divisero, e l’obiettivo di Ernesto, cambiò da un progetto agricolo a tutto tondo ad un focus solo sul vino, ringiovinendo le parcelle di viti abbandonate che stava comprando, così come diffondere la conoscenza del col fondo.

Col fondo significa letteralmente “con i residui”, è lo stile pre-Charmat di produrre prosecco in cui il vino ri-fermenta sulle sue stesse bucce dentro la bottiglia e in seguito non viene degorgiato; È grazie ad Ernesto che questi vini sono tornati in pista. Sono tornati così tanto in voga che mi ricordo lui mormorare, durante un tour in cantina in mezzo a quelle torbide anime a riposo, che anche i marchi industriali iniziarono a offrire prosecco con le fecce, prima rimosse, e poi rimesse in bottiglia. Ma il lavoro di Ernesto è diverso: da una corta macerazione sulla bucce, alla tavola; dagli esperimenti con bottiglie aperte mentre tracciava gli effetti della loro stessa ossidazione, fino ad arrivare a lasciare un intero pallet sotto le intemperie climatiche, rimandato indietro da un cliente, finchè lo stesso cliente lo riassaggia ritenendolo eccellente e lo ricompra l’anno successivo. Ecco, questo è ciò che lo farà sempre restare al vertice della classifica.

Ernesto per me rappresenterà sempre qualcosa di duraturo nel mondo del vino naturale: inflessibile dedizione, esplosione di passione ed immensa generosità. Grazie infinite Ernesto, per avermi fatto scoprire il mondo del vino e per ricordarmi sempre del perché sia qui.

Parole e foto di Hannah Füllenkemper​
Tratto da Pipette Magazine
Traduzione di Lodovica Bo

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