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23 January

Alla (ri)scoperta dei vitigni della Valle d'Itria

Scritto da Pietro Fasola

[tratto da una chiaccherata con Valentino Di Benedetto, vignaiolo e fondatore de l'Archetipo]

Fin della nascita dell’Archetipo, Valentino Di Benedetto ha deciso di scommettere su antichi vitigni autoctoni, abbandonati ormai da tempo. Scelta audace e innovativa, considerando che soprattutto nel primo dopoguerra lo sviluppo della bibliografia scientifica in materia ampelografica ha coinvolto per lo più il nord Italia e la Francia. I produttori della valle d’Itria si sono quindi spesso trovati a confrontarsi con tecnologi e consulenti poco confidenti col territorio, che hanno spinto per l’impianto di vitigni internazionali, quali chardonnay, cabernet sauvignon e petit verdot… un vero e proprio colpo di grazia per quei vitigni, come maresco, marchione, minutolo e susumaniello radicati in quella zona ormai da secoli.

L’imprescindibile relazione tra vitigno ed ambiente pedoclimatico ha presto rivelato come i vitigni alieni non potessero sopportare il caldo di quell’area, dando uve precocemente mature e scariche d’acidità. Acidità che invece avevano sempre abilmente conservato quei vitigni, ormai appartenenti al passato, che raggiungevano piena maturazione nelle prime settimane d’autunno. A rendersi conto della perdita del patrimonio vegetale (e d’identità territoriale) cui si andava incontro furono in pochi. Dal lato scientifico si rivelarono essenziali gli studi e le microvinificazioni del ricercatore Pierfederico La Notte, dal lato pratico Valentino non tardò a darsi disponibile per le sperimentazioni, allargando in campo la scala di produzione. Un lavoro che dura da più 20 anni, che oggi ci offre la possibilità di fare un tuffo nella Puglia vinicola del passato, oggi in realtà più attuale che mai.

Di seguito i principali vitigni riscoperti e utilizzati da Valentino Di Benedetto:

Il marchione, uva a bacca bianca che a maturazione raggiunge una colorazione rosa tenue e che apporta nei vini acidità e note aromatiche.

Il minutolo, uva a bacca bianca, conosciuta anche come fiano minutolo, ma imparentata con moscato bianco e moscato di Alessandria, che dona infatti ai vini spiccata aromaticità e acidità.

Il maresco, uva a bacca bianca dotata di un buon carico zuccherino, ma soprattutto di un’elevata acidità, caratteristica che la rende ben adatta alla spumantizzazione.

Il susumaniello, uva a bacca rossa, conosciuta anche come somarello nero, dall’acino piccolo e dall’alto contenuto di antociani e polifenoli. Dona ai vini colore, tannino e acidità. Questo vitigno è stato abbandonato perché, sebbene nei primi anni di vita goda di un’elevata produttività, essa si riduce drasticamente in pochi anni.

… e anche se non riscoperta, l’uva verdeca, che viene utilizzata nel Sette Lune e nel Litrotto Bianco, merita di essere nominata per l’importanza che riveste nel panorama vitivinicolo della Valle d’Itria: neutra e a bacca bianca, dona ai vini acidità, sapidità e un ottimo potenziale d’invecchiamento.

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